A proposito del dibattito su Pio XII
A proposito del dibattito su Pio XII
Novità che novità non sono
“Di fronte alla Shoah hanno taciuto gli Alleati e tutti quanti, ma ne viene chiesto conto solo a Pio XII, gli altri non vengono mai messi in discussione”. Il cardinale Achille Silvestrini testimone e per lunghi anni protagonista di primo piano della diplomazia vaticana, in un’intervista a “La Stampa” del 1° febbraio, rilasciata a Giacomo Galeazzi, così reagisce di fronte all’ennesimo atto di accusa mosso a Papa Pacelli.
Questa volta le “novità” sarebbero costituite da due documenti provenienti, a quanto si apprende, dagli archivi britannici di Kew Gardens: un telegramma del 19 ottobre 1943 e una lettera del 10 novembre 1944.
Nel primo documento l’incaricato d’affari statunitense Harold Tittmann descrive la cautela formale di Pio XII all’indomani della deportazione degli ebrei romani. Egli però si adoperava logicamente a non incrinare il rispetto mostrato per la Santa Sede fino a quel momento dai tedeschi.
“In quel tragico periodo – sottolinea il cardinale Silvestrini – il Papa aveva la preoccupazione che i tedeschi lasciassero Roma tranquilla e ne rispettassero il carattere sacro”. E non si trattava di una scelta contro gli ebrei. Tutt’altro. Proprio quell’atteggiamento prudente avrebbe permesso di agire in modo efficace e concreto. Per gli ebrei e per tanti altri perseguitati. Ogni gesto plateale di protesta o di ribellione sarebbe stato controproducente.
“Al tempo stesso – ha detto il porporato – il Papa si prodigava affinché nelle chiese e negli istituti cattolici fossero ospitati quanti più ebrei possibile (…) ma una protesta esplicita avrebbe procurato più danni che vantaggi”. E Papa Pacelli conosceva la situazione molto meglio di tanti altri, ricorda il cardinale Silvestrini. Era stato nunzio a Monaco e a Berlino dal 1917 al 1929, era stato favorevole alla Repubblica di Weimar. Sapeva bene che cosa fosse il nazismo.
Nell’altro documento, dell’autunno del 1944, si riferisce di un colloquio tra l’ambasciatore britannico Francis D’Arcy Osborne e Pio XII relativo ai massacri degli ebrei d’Ungheria perpetrati dai nazisti proprio nei giorni in cui presso la Sede Apostolica, pervenivano continue richieste di denuncia dei crimini stalinisti nei Paesi baltici e in Polonia. Mentre l’ambasciatore caldeggiava una denuncia pubblica delle atrocità naziste, suggeriva di tacere su quelle commesse dagli alleati sovietici. Il Papa preferì invece attenersi coerentemente alla sua linea di prudenza: “Condannare il peccato e non il peccatore”, come ha ricordato anche lo storico Andrea Riccardi in un’intervista a “Il Corriere della Sera” del 1 febbraio rilasciata ad Antonio Carioti.
Del resto, ha detto ancora il cardinale Silvestrini, “Pio XII considerava quanto accaduto ai vescovi olandesi un monito a non fare altrettanto. L’episcopato d’Olanda aveva scritto una lettera che condannava “lo spietato e ingiusto trattamento riservato agli ebrei”. Quel documento venne letto nelle chiese olandesi nel luglio del 1942″. Le intenzioni erano ottime, ma i risultati furono disastrosi. E “proprio nel Paese in cui i sacerdoti avevano denunciato più duramente le persecuzioni ebraiche, ci furono più deportazioni che in qualunque altro Stato dell’Europa Occidentale”. (raffaele alessandrini)
(©L’Osservatore Romano – 1-2 febbraio 2010)
La testimonianza di un colloquio privato del 1942 tra Pacelli e il gesuita che quell’anno predicò gli esercizi spirituali
“Si lamentano che il Papa non parla ma il Papa non può parlare”
La questione si può discutere storicamente ma se Pio XII ha taciuto è stato per il timore di peggiorare la situazione
Il 28 giugno 1964 “L’Osservatore della Domenica” pubblicò la testimonianza dell’allora rettore della Pontificia Università Gregoriana – poi dal 1966 confessore di Paolo VI e di Giovanni Paolo I e nel 1991 creato cardinale da Giovanni Paolo II – che descriveva il contenuto di un’udienza molto confidenziale concessagli da Pio XII.
di Paolo Dezza
Nel dicembre del 1942 diedi gli esercizi in Vaticano al Santo Padre. In quell’occasione ebbi una lunga udienza in cui il Papa, parlandomi delle atrocità naziste in Germania e negli altri Paesi occupati, manifestò il suo dolore, la sua angustia perché – mi diceva – “si lamentano che il Papa non parla. Ma il Papa non può parlare. Se parlasse sarebbe peggio”. E mi ricordò di aver inviato recentemente tre lettere, una a quello che definiva “l’eroico Arcivescovo di Cracovia”, il futuro Cardinale Sapeha, ed altre due ad altri due vescovi di Polonia in cui deplorava queste atrocità naziste. “Mi rispondono – mi disse – ringraziandomi, ma dicendomi che non possono pubblicare quelle lettere perché sarebbe aggravare la situazione”. E citava l’esempio di Pio x che di fronte a non so quali vessazioni in Russia disse: “Dovete tacere proprio per impedire mali maggiori”.
E anche in quest’occasione appare molto chiara la falsità di quelli che dicono che egli abbia taciuto volendo sostenere i nazisti contro i russi e il comunismo; e ricordo che mi disse: “Sì, il pericolo comunista c’è, però in questo momento è più grave il pericolo nazista”. E mi parlò di quello che i nazisti avrebbero fatto in caso di vittoria. Ricordo che mi disse la frase: “Vogliono distruggere la Chiesa e stritolarla come un rospo. Per il Papa non ci sarà posto nella nuova Europa. Dicono che se ne vada in America. Ma io non ho paura e resterò qui”. E lo disse con una forma molto ferma e sicura, per cui proprio si vedeva chiaro che se il Papa taceva non era per paura o per interesse, ma unicamente proprio per il timore di peggiorare la situazione degli oppressi. Perché mentre parlandomi delle minacce di invasione del Vaticano era assolutamente tranquillo, sicuro, fiducioso nella Provvidenza, parlandomi del “parlare” si era angustiato. “Se io parlo – pensava – faccio del male a loro”.
Quindi, se anche storicamente uno potrà discutere se sarebbe stato meglio parlare di più o parlare più forte, quello che è fuori discussione è che se il Papa Pio XII non ha parlato più forte è stato unicamente per questo motivo, non per paura o per altro interesse.
L’altra cosa del colloquio che mi fece impressione è che mi parlò di tutto quello che aveva fatto e che stava facendo in favore di questi oppressi. Ricordo che mi parlò dei primi contatti che aveva cercato di prendere appena diventato Papa con Hitler d’accordo con i cardinali tedeschi, ma senza risultati; poi del colloquio avuto con Ribbentrop quando venne a Roma, ma senza risultati. In ogni modo egli continuava a fare quello che poteva solo con la preoccupazione di non entrare in questioni politiche o militari ma mantenersi in quello che era il compito della Santa Sede. A questo proposito ricordo che quando nel 1943 venne la dominazione tedesca a Roma – io ero Rettore della Pontificia Università Gregoriana ed accolsi quelli che venivano a cercare rifugio – Pio XII mi disse: “Padre, eviti di accogliere dei militari, perché, essendo la Gregoriana cosa pontificia e legata con la Santa Sede, noi dobbiamo mantenerci fuori da questa parte. Ma per gli altri ben volentieri: civili, ebrei perseguitati”. Difatti ne accolsi vari.
Su quanto il Papa abbia fatto allora per gli ebrei, tra le tante testimonianze c’è quella di Zolli, che era il Gran Rabbino di Roma e che durante l’occupazione nazista fu rifugiato presso una famiglia di operai. Poi, passato il pericolo e venuti gli alleati, egli si convertì, diventò cattolico, con una conversione proprio sincera e disinteressata. Ricordo che venne a trovarmi il 15 agosto del 1944 e mi espose la sua intenzione di farsi cattolico. “Guardi – mi disse – non è un do ut des. Domando l’acqua del Battesimo e basta. I nazisti mi hanno portato via tutto. Sono povero, vivrò povero, morirò povero, non me ne importa”. E quando venne il Battesimo volle prendere il nome di Eugenio proprio in ringraziamento a Papa Eugenio Pacelli per quello che aveva fatto nella assistenza agli ebrei – Io stesso lo accompagnai in udienza dal Papa dopo il Battesimo, nel febbraio, e fu quando Zolli domandò al Papa di togliere dalla liturgia quelle espressioni sfavorevoli agli ebrei come “perfidis iudaeis”. E fu allora che Pio XII, siccome non poteva immediatamente cambiare la liturgia, fece pubblicare la dichiarazione che “perfidi” in latino significa “increduli”. Ma poi, appena è stato possibile, con la riforma delle liturgia è stata tolta la parola.
Pio XII voleva essere sicuro di non dire niente che potesse suscitare delle reazioni che avrebbero potuto inasprire la situazione. Io scinderei le due questioni. Una è: ha fatto bene a tacere o avrebbe fatto meglio a parlare? Questa per me è una questione che si può anche discutere storicamente. Magari Pio XI, un altro carattere, avrebbe potuto agire in un modo diverso. Però quello che per me è evidente è che se Pio XII ha taciuto o ha parlato poco non è stato per nessuno altro motivo se non per il timore di peggiorare la situazione. Oggettivamente si può discutere; soggettivamente non c’è dubbio dell’intenzione del Papa: egli ha cercato veramente di fare quello che era meglio.
(©L’Osservatore Romano – 1-2 febbraio 2010)



















