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Per un’Europa non confessionale ma neppure laicista

Scritto da Daniele Sottosanti il 17 novembre 2009 – 06:100 Commenti

Per un Europa non confessionale  ma neppure laicista

 

Il decano del Collegio cardinalizio sul contributo dei cristiani alla costruzione del continente


Per un’Europa non confessionale
ma neppure laicista

 

Nella mattinata del 16 novembre, presso l’Università Europea di Roma, è stato presentato il volume Per una nuova Europa. Il contributo dei cristiani (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2009, pagine 104, euro 11) del cardinale decano del Collegio cardinalizio. Pubblichiamo l’introduzione dell’autore.

di Angelo Sodano

Il 9 novembre del 1989 cadeva il Muro di Berlino e s’apriva per l’Europa un’epoca nuova della sua storia. Nei vent’anni che ci separano da quel giorno sono nate molte speranze per l’avvenire del nostro continente, non più diviso in due parti da una “cortina  di  ferro” (secondo la nota espressione coniata da Winston Churchill già nel 1945, all’inizio della “guerra fredda”).
Anche per i cristiani dell’Europa centro-orientale sorgeva nel 1989 un’epoca nuova di libertà che permetteva loro d’integrarsi con gli altri popoli europei. Ricordo con grande commozione la visita che il compianto Papa Giovanni Paolo II fece al muro di Berlino e alla centrale Porta di Brandeburgo, il 23 giugno del 1996. In quell’occasione il Papa disse appunto che “la Porta di Brandeburgo era diventata la porta della libertà”.
In quel nuovo clima l’Europa iniziò a respirare “a due polmoni”, per usare una metafora cara al grande Pontefice defunto. Poteva così realizzarsi uno scambio fra le ricchezze e i valori spirituali dei diversi popoli europei.

Nel noto discorso tenuto nel Parlamento di Varsavia, l’11 giugno 1999, il Papa affermava che con questi due polmoni “l’Europa dovrebbe respirare congiungendo in sé le tradizioni dell’Oriente e dell’Occidente (…) Se vogliamo che la nuova unità dell’Europa sia duratura – egli proseguiva – dobbiamo costruire su questi valori spirituali, che ne furono un tempo alla base, tenendo in considerazione la ricchezza e la diversità delle culture e delle tradizioni delle singole nazioni. Questa, infatti, deve essere la grande Comunità europea dello Spirito”.
Questo impegno per un’Europa dello Spirito è ora portato avanti con grande impegno dall’attuale Sommo Pontefice Benedetto XVI, nel solco tracciato dal suo immediato predecessore, come prima dai Papi che si succedettero sulla cattedra di Pietro dalla fine della seconda guerra mondiale, cioè dai Papi Pio XII, Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo I.

Con  particolare  chiarezza Benedetto XVI dall’inizio del suo pontificato, ha sempre ricordato le radici cristiane dell’Europa, capaci di assicurare un nuovo armonico sviluppo della vita sociale del continente. Parlando ai partecipanti del convegno promosso dal Partito popolare europeo, il 30 marzo 2006, il Papa così s’esprimeva:  “Attualmente l’Europa deve affrontare questioni complesse di grande importanza, come la crescita e lo sviluppo dell’integrazione europea (…) Per raggiungere questi obiettivi sarà importante trarre ispirazione, con fedeltà creativa, dall’eredità cristiana che ha contribuito in modo particolare a forgiare l’identità di questo continente. Apprezzando le sue radici cristiane, l’Europa sarà in grado di offrire un elemento sicuro alle scelte dei suoi cittadini e delle sue popolazioni, rafforzerà la loro consapevolezza di appartenere a una civiltà comune, e alimenterà l’impegno di tutti ad affrontare le sfide del presente per il bene di un futuro migliore”. Già prima di essere stato chiamato dalla Provvidenza divina a guidare la Chiesa cattolica in quest’ora importante della sua storia, il cardinale Joseph Ratzinger aveva indicato in numerosi suoi interventi tale via sicura per una vera integrazione europea e per un reale progresso del nostro continente.

Un nuovo scenario s’era aperto in Europa vent’anni fa, con il crollo dei regimi comunisti. Terminava allora un’immane tragedia che tanto aveva sconvolto l’Europa del secolo XX.
Già prima, nel 1945, con la fine della seconda guerra mondiale, era crollata l’ideologia nazista, che aveva segnato una pagina nera nella storia del nostro continente.

In quello stesso 1989, il Papa Giovanni Paolo II, ricordando il 50° dell’inizio della seconda guerra mondiale e le cause che la provocarono, così scriveva:  “La vita pubblica, in effetti, non può prescindere dai criteri etici. La pace si propaga in primo luogo sul terreno dei valori umani, vissuti e trasmessi dai cittadini e dai popoli. Quando si sfilaccia il tessuto morale di una Nazione, tutto è da temere (…) Il rispetto di Dio e il rispetto dell’uomo vanno di pari passo. Essi costituiscono il principio assoluto che permetterà agli Stati ed ai blocchi politici di andare oltre i loro antagonismi”.
Certo la tragedia provocata dal regime nazista era stata immane, causando la morte di più di 55 milioni di persone – come ricordava il Papa in quell’occasione – lasciando poi divisi fra di loro gli stessi vincitori e un’Europa da ricostruire. Altrettanto pauroso era stato il dramma umano provocato dal regime comunista nei vari popoli dell’allora Unione Sovietica. Uno degli storici russi, Roy Medvedev, già nel 1989, parlava di 40 milioni di vittime di Stalin nell’allora Unione Sovietica.

Vent’anni fa sorgeva però una nuova speranza per l’avvenire dell’Europa. Si poteva così pensare a ricostruire su nuove basi il futuro del continente, per una nuova Europa, degna della sua storia bimillenaria.
In realtà, l’Europa più che una realtà geografica è una realtà spirituale, che la contraddistingue dagli altri continenti. È ciò che già annotava Christopher Dawson nel suo noto studio sulla “nascita dell’Europa”, scrivendo:  “L’Europa non è un’unità naturale, come l’Australia o l’Africa; essa è il risultato di un lungo processo di evoluzione storica e di sviluppo spirituale”.

Anche il nostro storico valdostano Federico Chabod, nel suo classico lavoro sulla Storia dell’idea di Europa, annotava già nel 1944 che egli si proponeva di concentrarsi sul “concetto di Europa dal punto di vista culturale e morale, dell’Europa che forma un quid a sé, distinta dalle altre parti del globo, dell’Europa come individualità storica, che ha una sua tradizione, che può far appello a tutta una serie di nomi, di fatti, di pensieri che le hanno dato, nei secoli, una impronta incancellabile”.
È però noto che lo slancio iniziato vent’anni fa per un rinnovamento spirituale dell’Europa, nel solco delle sue origini cristiane, ha subito dei forti contraccolpi, con vari tentativi per snaturarne la realtà. Infatti, s’è andata sviluppando una corrente laicista, che vorrebbe occultare il fenomeno religioso e morale nella vita dei popoli europei. Qualcuno ha pure parlato di momenti di amnesia storica, altri di fenomeni di cristofobia. Certo vi sono stati dei tentativi di dissolvere l’identità cristiana dell’Europa.
Contro tale deriva hanno giustamente reagito molti uomini di buona volontà e, in particolare, i cristiani d’Europa, custodi di quel patrimonio spirituale che li ha sempre caratterizzati nel corso dei secoli. Del resto, essi ricordano che ben peggiori furono nel secolo XX i tentativi d’eliminare la presenza cristiana nella vita del continente. Basti pensare all’opera nefasta del nazismo e del comunismo e ai tanti martiri che hanno pagato con la propria vita la fedeltà agli ideali cristiani, per i quali avevano vissuto e operato. Parimenti, i cristiani hanno ancora ben presente la campagna scatenata contro di loro alla fine del secolo XVIII dalla rivoluzione francese, nel nome della “dea-ragione”.

Ciò nonostante, i discepoli di Cristo – cattolici, ortodossi e riformati – forti della loro coscienza cristiana, non si sono mai persi in sterili discussioni, ma hanno sempre lavorato per far progredire l’Europa alla luce di quei valori spirituali, che sono il suo patrimonio prezioso.
Del resto, l’attuale crisi economica ha poi indotto molti a ritornare a scoprire la necessità, per un’ordinata convivenza umana, di quei valori etici che il cristianesimo ha portato al mondo e che per secoli hanno sostenuto il cammino dei popoli europei. È ciò che recentemente ci ricordava il Papa Benedetto XVI nella sua enciclica Caritas in veritate del 29 giugno 2009, dicendoci che la stessa “economia ha sempre bisogno dell’etica per il suo corretto funzionamento” .

Volgendo, poi, lo sguardo all’impegno attuale dei Governi per lo sviluppo sociale, il Papa proseguiva:  “La religione cristiana e le altre religioni possono dare il loro apporto allo sviluppo solo se Dio trova un posto anche nella sfera pubblica, con specifico riferimento alle dimensioni culturale, sociale, economica e, in particolare, politica. La dottrina sociale della Chiesa è nata per rivendicare questo “statuto di cittadinanza” della religione cristiana. La negazione del diritto a professare pubblicamente la propria religione e ad operare perché le verità della fede informino di sé anche la vita pubblica comporta conseguenze negative sul vero sviluppo. L’esclusione della religione dall’ambito pubblico come, per altro verso, il fondamentalismo religioso, impediscono l’incontro tra le persone e la loro collaborazione per il progresso dell’umanità. La vita pubblica si impoverisce di motivazioni e la politica assume un volto opprimente e aggressivo. I diritti umani rischiano di non essere rispettati o perché vengono privati del loro fondamento trascendente o perché non viene riconosciuta la libertà personale. Nel laicismo e nel fondamentalismo si perde la possibilità di un dialogo fecondo e di una proficua collaborazione tra la ragione e la fede religiosa. La ragione ha sempre bisogno di essere purificata dalla fede, e questo vale anche per la ragione politica, che non deve credersi onnipotente. A sua volta, la religione ha sempre bisogno di venire purificata dalla ragione per mostrare il suo autentico volto umano. La rottura di questo dialogo comporta un costo molto gravoso per lo sviluppo dell’umanità”.

Il messaggio che con la citata enciclica il Papa Benedetto XVI ha diretto al mondo intero, comporta un richiamo particolare per l’Europa, per la speciale missione che essa è chiamata a svolgere nell’attuale realtà internazionale. È un richiamo destinato soprattutto ai cristiani del continente, perché immettano il lievito del Vangelo di Cristo nella vita delle loro comunità. È un lievito che lentamente ha già portato a un alto grado di civiltà i popoli europei e ha configurato la loro identità di fronte al mondo. È un lievito che ancor oggi può trasformare la società.

Rivendicando l’influsso del cristianesimo nella formazione dell’Europa nessuno vuole appropriarsi della storia del nostro continente. Al riguardo, già riconosceva il Papa Giovanni Paolo II che “la storia dell’Europa è, infatti, un grande fiume nel quale sboccano numerosi affluenti, e la varietà delle tradizioni e delle culture che la formano è la sua grande ricchezza”.
I cristiani vogliono solo rivendicare il diritto a concorrere alla formazione d’una civiltà che rispetti e promuova il diritto di tutti e, quindi, anche dei singoli credenti e delle loro istituzioni.
La nuova Europa che i cristiani, e in particolare i cattolici, vogliono consolidare non è un’Europa confessionale. Essi però non vogliono nemmeno che l’Europa sia una istituzione laicista, dimentica di quei valori spirituali che l’hanno animata nel corso dei secoli. I cristiani sanno bene di dover dare a Cesare ciò che è di Cesare, ma chiedono pure legittimamente a Cesare di dare a Dio ciò che è di Dio.

(©L’Osservatore Romano – 16-17 novembre 2009)

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